venerdì 22 marzo 2013

La Sacra Pizza (5): Scritti

Cantico dei Cantici


'A PIZZA

Pizzaiuo', m'he 'a fa' 'na pizza
muzzarella e pummarola...
Ma ll'he 'a fa' cu 'e mmane, 'o core
e.. 'a fronna 'e vasenicola,
Falla bbona!

Mana grassa a muzzarella,
miette ll'uoglio, miette 'o sale...
Falla fa' cchiù arruscatella:
quanno é cotta nun fa male...
Cotta bbona!

E vullente, 'a dint' 'o furno,
nun l'he 'a mettere 'int' 'o piatto
ca si no perde 'o sapore...
Io m' 'a piglio e 'a chiejo a libretto...
Quant'é bbona!

E cu famma e devuzzione
magno primma 'o curnicione...
'O profumo é saporito!
Mentre magno sto abbuccato
p' 'o... vestito.

Comme coce! E quant'é bella!
Comme fila 'a muzzarella!
Muorzo a muorzo 'haggio magnato...
Pizzaiuo' he 'a campa' cient'anne!
Pizzaiuo' me so' sfizziato!!!...(Lello Lupoli)

Lamentazioni

'A PIZZA

Io te 'ncuntraje:
na vocca rossa comm'a na cerasa,
na pelle prufumata 'e fronne 'e rose....
io te 'ncuntraje...
Volevo offrirti,
pagandolo anche a rate...
nu brillante
'e quínnece carate...

Ma tu vulive 'a pizza,
'a pizza, 'a pizza...
cu 'a pummarola 'ncoppa,
cu 'a pummarola 'ncoppa,
Ma tu vulive 'a pizza,
'a pizza, 'a pizza,
cu 'a pummarola 'ncoppa...
'a pizza e niente cchiù!...

Io te purtaje
addó' ce stanno 'e meglie risturante...
addó' se mangia mentre 'o mare canta...
io te purtaje...
Entusiasmato 'a tutte st'apparate,
urdinaje
nu cefalo arrustuto...

Ma tu vulive 'a pizza,
'a pizza, 'a pizza...

    Io te spusaje...
'o vicinato e 'a folla d''e pariente,
facevano nu sacco 'e cumplimente,
io te spusaje...
All'improvviso,
tra invite e battimane,
arrevaje
na torta 'e cinche piane...

Ma tu vulive 'a pizza,
'a pizza, 'a pizza... (Giorgio Gaber)

"Non è vero che tutto fa brodo...

è Lombardi il vero buon brodo..."; così cinguettava un coretto in un Carosello del 1965 riguardo un dado da brodo, ormai scomparso fagocitato da qualche vorace multinazionale del cibo.
Oggi c'è la massaia, novella Brunilde, che chiede ad un brodo in pentola: "Brodo delle mie brame, qual'è il più buono del reame?".
Qualcuna gareggia con un sedicente chef, lo si capisce dalla velocità supersonica con la quale affetta zucchine:"...tale e quale al mio", "proprio sicura?" e si parla di una pasta gelatinosa, un "cuore (sic!) di brodo", da aggiungere alle pietanze per insaporirle.
I protagonisti di questi spot sono sempre due: una donna, carina, giovane, sposata, inesperta e beota che "ama" cucinare per un marito ancora più beota di lei e per la vittima sacrificale della famiglia, "il figlio" ignaro di quello che lo aspetta, e l'industria alimentare multinazionale, che rassicura, consiglia e garantisce. Il messaggio è chiaro: "occupati di altro, al cibo ci penso io, stai tranquilla che è tutto genuino, tutto controllato, non sporcherai, farai bella figura..." e le lusinghe delle sirene del cibo blandiscono i consumatori, li allettano con promesse strabilianti a cui non si può dire di no.
Ed il consumatore - consumatore sì, non persona o cittadino - abbocca; è fermamente convinto che il prodotto che ingurgita sia il meglio che possa avere, gli risolve un sacco di problemi, tanto, male non può fare perché verso quelle aziende alimentari si ha fiducia.
E così quattro salti, saccocci, precotti, cartocci "a regola d'arte" (sic!) finiscono nelle dispense dei consumatori, sempre più volutamente distratti dai rutilanti Caroselli.
Spesso il proprietario di qualche azienda mostra il suo volto, pacioso, da nonno, ci mette la faccia, e giura che quello che propone è fatto proprio come si faceva una volta.
Già, come si faceva una volta! Perché è evidente che il richiamo ad "una volta" è il richiamo ad un cibo migliore, genuino, saporito di suo; questo è implicito nei messaggi pubblicitari, ti fanno immaginare che il prodotto è identico se non migliore di quello di una volta, ma è solo immaginazione.
La realtà, come ci dicono le notizie ogni giorno, è ben altra; quello che ci propinano, quando non ti truffano o ti fa male, è una porcheria gastronomica, piatta come un'autostrada, insulsa e vuota come una sedia inusata..
E' di questi giorni un'inchiesta de "L'Altro Consumo" sui prodotti da brodo e le conclusioni sono desolanti: contenuto di sale dal 50% in su, grassi (quali?) tanti, tracce di estratto di carne (quando c'è) e glutammato di sodio (l'unami: il sapore della carne) a iosa.
Dovremmo avere il coraggio di lasciarli sui banchi dei supermercati a fare la fine che meritano, nell'umido a diventare compost, invece...:"Tanto male non fa(rassegnato), "Li uso una volta tanto...(giustificante)" oppure, sbrigativo: "Non ho tempo".
Forse qualche prodotto decente c'è, a cercarlo bene, ma nei supermercati impera solo la grande industria alimentare, la peggiore, e poi, abbiamo gli strumenti per poter discernere, scegliere con cognizione di causa? Non credo.
Ci possiamo invece difendere: facendo da noi i dadi da brodo, gli estratti.
Sappiamo cosa utilizziamo, sappiamo come lo facciamo e soprattutto occorre un tempo ragionevole: due ore, due ore e mezzo al massimo di vero impegno attivo (neanche tutte insieme) e ve lo dimostro.


Estratto di carne


Ricetta classica, era ed è tuttora utilizzata dai grandi chef durante le pausa di lavoro in modo da avere sempre pronto un brodo, ingrediente fondamentale per moltissime preparazioni.
Dal macellaio ci facciamo dare un paio di chili di carne da brodo sgrassata e qualche osso , specie quello di ginocchio, freschissimo. Utilizzeremo poi: 1 kg di pomodori, 3 cipolle medie, 3 carote, 4-5 coste di sedano, un paio di foglie di alloro, un rametto di timo, uno di maggiorana, sale e pepe q.b. 
Possiamo incominciare lavando bene la carne e le ossa e ponendo tutti gli ingredienti, tranne il sale, in una capace pentola riempiendola di acqua fredda. Tempo impiegato: circa 20-30 minuti. 
Accendiamo il gas a fuoco molto basso e possiamo uscire per le nostre cose.
Portare lentamente ad ebollizione il tutto e solo da quando inizia il bollore schiumeremo periodicamente; la cottura deve avvenire lentamente e può durare anche una giornata (dipende dalla quantità di acqua), ma niente paura, nel frattempo possiamo fare altre cose.
Dopo 4-5 ore la carne sarà stracotta e si avranno circa 5-6 litri di brodo nella pentola.
Gettiamo le ossa, filtriamo il brodo in una pentola più piccola e passiamo al setaccio fine (o mixer) la carne e le verdure fino ad ottenere una purea che uniremo al brodo.
Poniamo la pentola al fuoco lento e lasciamo addensare il tutto, schiumando periodicamente.
Quando il composto avrà raggiunto la densità del miele, lo peseremo e aggiungeremo 70-80 grammi di sale per ogni chilo di estratto.
Continuiamo ad addensare mescolando con cura, schiumando e prestando attenzione che il composto non si attacchi al fondo della pentola. Unica fase dove occorre una presenza attiva.
Quando si avrà una massa densa, omogenea e lucida come una marmellata l'estratto è pronto e avremo davanti a noi due possibilità:
  1. Versare ancora caldo l'estratto in vasetti di vetro asciutti e pulitissimi; chiuderli subito ermeticamente, coprirli con un panno e lasciarli raffreddare prima di riporli in un luogo fresco ed asciutto (qualcuno li sterilizza in acqua bollente per una 40 di minuti, ma non è necessario).
  2. Versare l'estratto nelle vaschette per il ghiaccio, quelle con i cubetti non troppo grandi, coprirle con carta argentata, aggiungere un'etichetta e riporle, appena fredde, nel freezer.
Un cubetto o un mezzo cucchiaio verrà usato come se fosse un dado o un "cuore" di brodo e quando lo useremo sapremo perfettamente quello che stiamo per mangiare.

martedì 12 marzo 2013

"Der Mensch ist was er isst” ovvero "L'uomo è ciò che mangia"

"Il mistero del sacrificio o l'uomo è ciò che mangia" significativo è il titolo di uno scritto del 1862 del filosofo tedesco Ludwig Feuerbach (1804-1872): cioè esiste un'unità inscindibile fra psiche e corpo, per pensare meglio dobbiamo alimentarci meglio, se il nostro corpo sta bene ed è bene alimentato, riesce a pensare meglio e a liberarsi.
Qualche milione di anni fa gli uomini, quando avvertivano il bisogno di saziare il loro stomaco andavano a caccia: il rituale incominciava disegnando sulle pareti delle caverne, che avevano abilmente sottratto agli orsi, quello che avrebbero cacciato, preparavano le armi e le strategie a seconda dell'animale che dovevano prendere. 


E tutto si svolgeva in assenza di un linguaggio codificato: non c'erano idiomi universali, non esisteva una scrittura o dei segni decifrabili dagli altri. Ma questi impedimenti non compromettevano l’esito della caccia, si comunicava attraverso i gesti, si individuava la preda dal disegno, si mimava la battuta di caccia, si stabilivano ruoli, tempi e movimenti.
I cacciatori sapevano cosa avrebbero portato alle loro grotte quando sarebbero tornati dalla battuta.
Potevano trascorrere giorni prima di  riuscire ad individuare la preda, ma questa sarebbe stata scelta in una mandria di animali che sarebbe passata in quei luoghi in quel determinato periodo, un appuntamento sicuro con quell'animale, in quella stagione e in quel posto. 
Potevano esserci feriti durante la battuta di caccia. Potevano esserci delle vittime durante l’estrema lotta dell’animale per la sopravvivenza. Ma i cacciatori sapevano che avrebbero mangiato quell'animale, quello che avevano disegnato nella grotta e scelto nella mandria.
Oggi andiamo a fare la spesa in un supermercato; uno dei tanti, tutti uguali, con l’aria condizionata, il parcheggio gratuito, lo sgradevole odore identico a quello di tanti altri supermercati - un misto di detersivo e di indefinito - la cassiera svogliata e la raccolta punti. 
Abbiamo una vaga idea di cosa comprare, spesso la spesa è uno sfogo, una cosa da fare per riempire il tempo in un pomeriggio afoso, probabilmente il frigo è talmente pieno che le nuove compere non ci entrerebbero neppure. 
Come anime vaganti ci muoviamo, a ritmo di musiche anonime, tra i gironi del Supermegafantamercatone, guardiamo, tocchiamo, leggiamo alla ricerca di qualcosa; colori, pubblicità, certezze sull'etichetta, dubbi nella scatola.  
Finalmente un lampo! La cena! Ecco cosa ci serve: la cena! Con un frigo strapieno di roba dobbiamo comprare ancora qualcosa per la cena. 
Nel frigo, a casa, ci sono solo schifezze! Questa è la convinzione che ci prende nella testa mentre giriamo nel reparto dei cibi Semilavorcotti, quelli di gomma con l’etichetta ecologica, certificata, no OGM, no pesticidi, no ratticidi, coltura biologica, 30% di grassi in meno, pronto in 5 MINUTI e, per finire, RICCO DI FIBRE… quasi a presagire l’unica cosa buona che si possa fare con un cibo del genere!   
Alla fine compriamo; l’etichetta cita: “Rotorollè di tacchino senza grasso, ripieno di Fantasia di formaggi tipici della Val di Sola, aromatizzato al Tartufo albanese con Carezza di Prosciutto di Impostura Superiore”. Scontato, in offerta 3x2, con saponetta al mirto in omaggio, nella borsa “Tuttomare 2012” e tutto a due euro e novantanove.
Mi sento male!
Ripenso agli uomini primitivi che, senza aria condizionata, senza  etichette, senza cassiera, avevano ben chiaro quello che avrebbero mangiato, hanno mangiato bene e si sono evoluti, ma noi?....

lunedì 18 febbraio 2013

La Sacra Pizza (4): Esodo

Dai primi anni Sessanta, del XX secolo, l’avvento delle pizzerie in tutta Italia diventa un fenomeno di massa; intanto però, assai per tempo, la Pizza è approdata oltre oceano.

Anche in questo caso ci fu lo zampino, diciamo pure l'intervento, del Signore che, desideroso di far conoscere al mondo quella meraviglia della Pizza, che, immodestamente, aveva contribuito a creare, pensò bene di entrare in politica e favorire, così, l'impoverimento delle regioni meridionali dell'Italia.
Una volta ottenuto il risultato, si presentò baldanzoso e compiaciuto: "MIO POPOLO PREDILETTO, QUA VE PUZZATE 'E FAMME, PERCHE' NON VI DIFFONDETE NEL MONDO?".
E l'uomo guardò il Signore e Gli fu grato per il grande privilegio che gli donava e non cessava di elevare inni di gioia per le Sue scelte: "E menu male che simmo 'o Popolo Eletto; e che cazz', tutte a nuje 'nce l'adda mannà!". 
Ma l'uomo aveva imparato, a proprie spese, ad essere molto paziente e fu così che dal 1875 alla prima guerra mondiale, milioni e milioni di italiani lasciarono il Paese, provenienti, soprattutto dalle regioni del Sud e diretti soprattutto verso le Americhe.
Gli emigranti dalla sola Campania furono quasi un milione.

Partono 'e bastimente
pe' terre assaje luntane... 

cántano a buordo:
só' Napulitane! 
Cantano pe' tramente
'o golfo giá scumpare,
e 'a luna, 'a miez'ô mare,
nu poco 'e Napule 
lle fa vedé...



Molti uomini lasciarono a casa la moglie e i figli, perché convinti di ritornare (e tantissimi lo fecero), tuttavia essi non ripudiarono mai la loro Napoli, anzi continuarono a vivere e a mantenere il loro stile di vita tutto partenopeo. 
Chi lasciò la propria casa per gli Stati Uniti portò con sé voglia di riscatto, voglia di vivere in un mondo migliore, la propria cultura e le proprie abitudini, anche alimentari, oltre alle proprie nostalgie e al pensiero della patria lontana. 
E' la Pizza?
La Pizza, per i napoletani rappresenta una religione, pertanto non poteva non seguire il popolo che l'ha creata, diffusa e coltivata, essa è così semplicemente buona che, per sua natura, si presta bene a esprimere affetti e bisogni e così, sul campo, empaticamente, si guadagnò subito anche il favore degli americani. 
Quindi, anche all'ombra della Statua della Libertà essa si affermò come cibo appetitoso, nutriente ed economico per chi lavora.
La prima pizzeria aprì i battenti a New York nel 1895 e nel giro di pochi decenni, insieme alla pasta, divenne uno degli alimenti più popolari negli Stati Uniti (e poi in Canada).
I pizzaioli furono dapprima italiani, poi oriundi, poi americani d’origine italiana, poi, spesso, americani e basta.
La pizza non riscosse uguale fortuna nell'America Latina, e lo stesso accadde nei Paesi d'Europa tra le due guerre, forse perché in quelle nazioni le comunità italiane furono meno numerose e la cultura dell’accoglienza, forse, meno permeabile e "aperta" rispetto a quella americana; la presenza nefasta del fascismo, poi, e le politiche dell’autarchia non facilitano le cose. Ma, alla fine della guerra tutto cambiò.
Oggi la Pizza è un piatto universale ed è conosciuta col proprio nome: "PIZZA" e continua a viaggiare ancora insieme agli italiani che si trasferiscono o semplicemente lavorano all'estero mentre attende chi, a sua volta, viene nel nostro Paese per lavoro o per turismo (a milioni) per conoscerLa.

lunedì 11 febbraio 2013

Vermicelli di scàmmaro con le cozze

Una pietanza di scàmmaro è un piatto che veniva mangiato nelle giornate di Quaresima, cioè di magro, come viene spiegato qui.
Qui trattiamo di una rivisitazione di un'altra ricetta del grande Antonio Tubelli, gourmet, maestro ed ultimo monzù della tradizione napoletana, ed è una ricetta che ha stupito non poco i miei amici nel Cenone di Capodanno.
Per le classiche quattro-sei persone mi sono regolato con: 
  • 2,5 kg di cozze, 
  • 300-400 gr di verrmicelli o linguine, 
  • 50 gr di olive nere di Gaeta, 
  • 100 gr di olive verdi, 
  • 2 acciughe (4 filetti), 
  • prezzemolo, aglio e olio qb.
  1. Fate aprire le cozze, ben lavate ovviamente, recuperando i frutti e la loro acqua di cottura filtrata.
  2. Lessate in abbondante acqua salata i vermicelli (le linguine), levandoli molto al dente.
  3. Nel frattempo, in una padella dove avete fatto imbiondire l'aglio nell'olio, sfriggete leggermente le olive e le acciughe, unitevi poi una parte della acqua delle cozze. 
  4. Saltate i vermicelli nel soffritto così preparato e ponetene metà in una padella con un filo di olio, disponete sulla pasta le cozze distribuite uniformemente e chiudete il tutto con l'altra metà dei vermicelli
  5. Friggete per una quindicina di minuti per parte facendo ruotare periodicamente la padella.
Bevo prosecco o meglio uno spumante brut, molto fruttato come il "Mirabilis" della Azienda Agricola Piscina Mirabilis di Bacoli.

sabato 9 febbraio 2013

Tutti i sapori del mondo

Come ci hanno insegnato sin dalla scuola elementare, cinque sono i sensi che ci rapportano col mondo: la vista, l'udito, il tatto, l'odorato e il gusto. Ovviamente di quest'ultimo ci occupiamo qui per l'attinenza con i contenuti delle pagine di questo blog.
Per vivere abbiamo bisogno di nutrirci ed il gusto ci fa entrare in sintonia con il cibo selezionando per noi quello che più ci piace da quello che troviamo sgradevole o addirittura disgustoso.
Ma il legame con il cibo ha subìto una traslazione: il "gusto", da semplice senso legato alla nutrizione si è sublimato alla definizione di una caratteristica legata alle persone. Gusto è diventato sinonimo di "conoscenza", "discernimento".
Mangiare "di gusto" si accompagna al piacere del cibo, mentre avere "buon gusto" è sinonimo di persona che "distingue" il bello dal brutto, il buono dal cattivo, "sceglie" la qualità di ciò che lo circonda.
Parlare del "gusto" in senso figurato risale al medioevo quando scienziati e filosofi attribuirono ad esso una capacità superiore di conoscere il mondo; nel trattato trecentesco Summa de saporibus [Massimo Montanari: Il riposo della polpetta] si afferma che alla realtà ci si può avvicinare con tutti i sensi ma "solo il gusto, fra i sensi, è propriamente destinato a ricercare in maniera perfetta la natura delle cose"; quindi il sapore diventa la condizione essenziale del sapere e rappresenta, oltre ad una somiglianza occasionale, l'affinità sostanziale tra i due concetti. 
"Gusto" e "buon gusto", cioè sapore e sapere, diventano sinonimi di conoscenza, esperienza, capacità critica.
E allora affrontiamo il cibo con "gusto" e assaporiamolo per ricercare, oltre al nutrimento, il piacere del cibo, pur nell'ambito di un'attività necessaria alla nostra esistenza.
I trattati sulla degustazione ci impongono, come verità assiomatica, quattro sapori, perché quattro sono i recettori della lingua deputati alla selezione degli stessi sapori: il dolce apprezzato dalla punta della lingua, l'amaro localizzato alla base della stessa, il salato e l'acido a destra ed a sinistra.
Ma le verità assiomatiche si modificano con la storia e quindi tali non sono; Aristotele, di gusti ne distingueva addirittura otto: dolce, grasso, amaro, salato, pungente, acido, aspro, e astringente, mentre nel medioevo, al canone aristotelico degli otto sapori, declinato dall' "ipse dixit",  aggiunsero addirittura il non-sapore, cioè l'insipido.
Nel settecento Linneo distingue dieci sapori: umido, secco, acido, amaro, grasso, astringente, dolce, agro, mucoso, salato.
Nel 1864, finalmente, i sapori si ridussero ai quattro che conosciamo, grazie agli studi dell'anatomista Adolf Fick, che distinse le sensazioni del gusto, da quelle del tatto o dell'odorato.
Ma non è finita. Nel 1908 il chimico giapponese Kikunae Ikeda isolò un quinto sapore tipico del gusto orientale: l'umami, ufficialmente codificato come "gusto della carne". L’umami è un gusto primario che percepiamo a partire da glutammato e nucleotidi presenti in alimenti e bevande. 
Il glutammato può essere considerato gusto “generativo”, poiché l’acido glutammico è un elemento essenziale per la divisione e la crescita cellulari. L’acido glutammico viene poi convertito in glutammato quando viene cucinato o quando subisce l’invecchiamento, l’essiccazione e altri metodi di conservazione e preparazione degli alimenti. 
Si consideri il gusto di un semplice fungo: piacevole si, ma insoddisfacente. Quando si cuoce, anche solo con un passaggio in forno a microonde per 30 secondi, si verifica qualcosa che rende il fungo molto più ricco e delizioso. Questo è il gusto umami creato convertendo l’acido glutammico in glutammato.
Dal blog AmocucinaE
In una patata c’è glutammato, con la cottura aumentano i nucleotidi ed è questo a renderla squisita. Ma noi vogliamo sempre  più umami: pancetta, burro, formaggio, panna acida, prosciutto crudo, crauti, bacon. Tutte queste sono fonti molto ricche di gusto umami, contenendo sia glutammato che nucleotidi. 
Il pensiero attuale è che la ricerca di quel gusto ci porti a combinare gli alimenti (riso e fagioli, acciughe e parmigiano).
Ma, come se non bastasse, la moderna scienza dell'alimentazione tende a recuperare, per il concetto di sapore, un complesso insieme di sensazioni che in qualche modo si rifanno alle concezioni di stampo medioevale e così si parla di freddo (il sapore del mentolo), caldo (il piccante delle spezie), il tingling (l'effetto delle bollicine), fumo (il sapore degli affumicati) e persino il grasso e l'astringente sono sulla dirittura del (ri)arrivo, ribaltando ancora una volta il tavolo delle "verità assiomatiche".

Nota: In realtà, studi recenti hanno dimostrato che sperimentiamo tutti i gusti su tutto il palato. E ci sono recettori specifici per il gusto umami, naturalmente. La cosa da ricordare è che i nostri gusti e la nostra anatomia sensoriale possono variare molto da una persona all’altra.



sabato 12 gennaio 2013

La sacra pizza (3): Profeti


Fino alla fine del '700, la Pizza era molto semplice, condita solo con lardo o strutto, formaggio e basilico (la cosiddetta pizza Mastu Nicola) e venduta in banchi all'aperto, una sorta di altare, da improvvisati predicatori ("pizzaioli") oppure in giro dai loro discepoli (garzoni) in apposite "stufe".
Intanto, pur di diffondere il nuovo Verbo si sperimentò anche la cosiddetta "Pizza a otto" che non era una Pizza di foggia particolare, ma significava "mangia oggi, pagherai fra una settimana".
Il primo grande "profeta", che poté fregiarsi, a buon diritto, del titolo di "pizzaiolo" fu un certo Pietro Colicchio. Si era nell'anno del Signore 1780 quando si inaugurava il primo luogo di culto (la "pizzeria") dove si ufficiava solo la preparazione della "Pizza"; si chiamava "Da Pietro e Basta così" ai piedi della Salita S.Anna di Palazzo, all'incrocio con via Chiaja a pochi centinaia di metri da Piazza del Plebiscito; i locali ancora oggi ospitano l'Antica Pizzeria Brandi.
Pietro fu il "primo" dei grandi profeti della pizza ed altri seguirono, ma il secondo "grande" profeta fu Antonio Testa, 'Ntuono alla Salita di Santa Teresa degli Scalzi. Antonio Testa ebbe il merito, qualche malalingua dice che fu per caso, di far assurgere la Pizza dal livello di cibo popolare a quello di cibo regale. 
Infatti Ferdinando I di Borbone (1751-1825) - detto il Re Lazzarone oppure il Re Nasone - violando le regole dell'etichetta, volle entrare nella pizzeria di Antonio Testa e per la prima volta assaggiò la Pizza (per la cronaca pomodoro e mozzarella), che tanto piaceva al suo popolo, e tanto ne decantò la bontà a corte che Nobiluomini e Nobildonne incominciarono a frequentare questo luogo di culto con tale entusiasmo da lanciare una vera e propria moda, che non colpì particolarmente la colta e raffinata moglie del re Maria Carolina d'Asburgo. 
Si dice che il Re sia stato visto girare per le pizzerie napoletane, esperto ed accanito cultore, fino al giorno della sua morte avvenuta nel 1825.
Profeti minori, ma altrettanto importanti furono: Pappone, Gigino detto “acino ‘e pepe” e Vicienzo ‘o pazzariello, entrati ormai nella leggenda.
Così arriviamo alla fine del XIX secolo: siamo, esattamente, nel giugno del 1889. Quella estate il re Umberto I, con la algida moglie Margherita, la trascorsero a Napoli, nella reggia di Capodimonte, per fare, come voleva una certa regola della monarchia, atto di presenza presso i nuovi sudditi nell'antico regno delle due Sicilie.
La regina era incuriosita dalla pizza, che non aveva mai mangiato, e chiese di assaggiarla; l'incarico di preparare le pizze "napoletane" per tutta la corte, fu conferito al "pizzaiolo" Raffaele Esposito della pizzeria "Da Pietro e Basta così".
Fu un trionfo: furono preparate tre tipi di pizze, due classiche: "marinara" con pomodoro, aglio e origano e la "Mastu Nicola" con lardo, formaggio e basilico, mentre alla terza, la classica con mozzarella e pomodoro, fu aggiunto, dalla moglie di Esposito, Maria Giovanna Brandi, il basilico; la pizza ebbe così i colori della bandiera italiana e fu quella che entusiasmò in particolare la regina Margherita, e non solo per motivi patriottici.
L'”Antica Pizzeria Brandi” conserva ancora oggi un documento a firma “devotissimo Galli Camillo, capo dei servizi di tavola della real casa”, nel quale si ringrazia S.G. Raffaele Esposito, dell’allora pizzeria “Pietro e Basta così”, per le qualità di Pizza, che, come sottolinea il testo, vennero trovate buonissime.
La Pizza pomodoro, basilico e mozzarella fu allora battezzata “Pizza Margherita”, il nome con cui ancor oggi questa Pizza è universalmente conosciuta, dal pizzaiolo Don Raffaele Esposito detto "Naso 'e cane", l'ultimo dei grandi "profeti" della Pizza, nonché furbo uomo da pubbliche relazioni.