Vedi giudizio uman come spesso erra

L'incursione a Forlimpopoli, il 25 gennaio 1851, da parte del brigante Stefano Pelloni, detto il Passatore, decise della vita della famiglia Artusi. La banda del celebre brigante, dopo aver tenuto in ostaggio i nobili forlimpopolesi nel teatro cittadino dove si erano radunati per uno spettacolo, fece irruzione nella casa del futuro gastronomo e dopo aver fatto man bassa di denaro e
oggetti preziosi, malmenarono Pellegrino e ne violentarono Gertrude, una delle sue sorelle, che per lo spavento impazzì e fu internata in manicomio.
La famiglia Artusi lasciò Forlimpopoli e si
trasferì nel più sicuro Granducato di Toscana, a Firenze, dove Pellegrino, poco più che trentenne, si dedicò,
con un certo successo, all’attività commerciale. Artusi continuò a
vivere in Toscana dove morì nel 1911 a 91 anni, ma mantenne sempre vivi i
rapporti con la città natale.
Pellegrino Artusi godette di una vita agiata, senza mai perdere di vista le sue
passioni per la letteratura e la cucina. Quando Firenze divenne capitale
(1865) cambiò casa e si ritirò a vita privata, dedicandosi a
tempo pieno ai suoi interessi culturali, scrivendo prima una biografia
di Foscolo e poi “Osservazioni in appendice a 30 lettere del Giusti“. Entrambi i libri furono pubblicati a sue spese, senza grande successo, quel successo che sarebbe arrivato con “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene“, pubblicato nel 1891 a spese dell’autore “pei tipi dell’editore Landi“. Prima edizione: 1.000 copie.

Ma il successo alla fine arrivò e fu travolgente: in vent’anni Pellegrino stesso ne curò 15 edizioni; nel 1931 le edizioni erano giunte a quota
32 e l'”Artusi” (ormai veniva chiamato con il nome del suo autore) era uno dei libri più letti dagli italiani, insieme a “I promessi sposi” e “Pinocchio“. (1)
Col darci questo libro voi avete fatto un’opera buona e perciò vi auguro cento edizioni (Paolo Mantegazza, 1893)
“La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene”
costituì un vero e proprio spartiacque nella cultura gastronomica
dell’epoca. All’Artusi va il merito di aver dato dignità a quel
“mosaico” di tradizioni regionali, di averlo per la prima volta
pienamente valorizzato ai fini di una tradizione gastronomica
“nazionale”.
Il volume, che ancora oggi conta un grande numero di edizioni e una
vastissima diffusione, raccoglie 790 ricette, dai brodi ai liquori,
passando attraverso minestre, antipasti (anzi “principii”), secondi e
dolci. L’approccio è didattico (“con questo manuale pratico – scrive Artusi –
basta si sappia tenere un mestolo in mano”), le ricette sono
accompagnate da riflessioni e aneddoti dell’autore, che scrive con uno
stile arguto.
Artusi: per antonomasia libro di cucina. Che gloria! Il
libro che diventa nome! A quanti letterati toccò tale sorte? Era
l’Artusi di Forlimpopoli… cuoco, bizzarro, caro signore, e molto
benefico, come dimostrò nel suo testamento; e il suo trattato è scritto
in buon italiano. E non era letterato né professore. (Alfredo Panzini, 1905)
(1) Alcuni paragrafi sono tratti dal sito dedicato a Pellegrino Artusi
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